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Kenya. Non solo safari

“Credo che in futuro, ovunque mi trovi al mondo, mi chiederò se a Ngong piove”. Così disse una volta Karen Blixen parlando del Kenya. Spiegare questa frase potrebbe sembrare semplice, e lo sarebbe pure se solo non si fosse già stati in questo affascinante Paese. Il viaggiatore i cui occhi si sono posati almeno una volta sulla terra keniota, infatti, non si sente più in grado di descriverla: troppe suggestioni, troppe emozioni, colori, suoni e sorrisi da poterli sprigionare in semplici parole.

 

In ogni granello, una storia. E che storia! Per questo si parla di “mal d’Africa”, quella voglia mai doma di tornare nei posti ormai familiari ma tuttavia ancora da scoprire. E chi scopre il Kenya non sarà immune da questo mal d’Africa.

 

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La storia

Il Kenya è da molti considerato la “culla dell’umanità”, poiché vi sono stati rinvenuti numerosi reperti che riconducono alla civiltà primitiva. Nella Rift Valley, infatti, sono stati trovati fossili e manufatti diventati una delle più importanti testimonianze della Preistoria umana, datati 3 milioni di anni.

La storia dell’Africa precoloniale non può essere ricostruita con documenti scritti; la si ripercorre a ritroso studiando, oltre ai reperti archeologici, le diverse lingue che si sono andate ramificando nel territorio. Oggi quelle più diffuse sono le bantù, tra cui il kikuyu, il kamba e il luyia e le favelle nilotiche come il maa o il luo.

Importanti per i fini commerciali due lingue: lo swahili e l’inglese. La prima viene usata come lingua franca per abbattere le barriere del plurilinguismo, ed è comune a tutta l’Africa orientale; la seconda, invece, è diffusa soprattutto nelle grandi città. Lo swahili nasce dall’incontro delle culture indigene con quella araba. Gli arabi, infatti, giunsero in Kenya nel XII secolo, fondando le prime città costiere; nello stesso periodo si stabilirono qui anche i Bantu e le popolazioni nilotiche. Gli europei sbarcarono in questi territori solo nel 1498, con la prima e breve apparizione dei portoghesi; al volgere del XIX secolo i britannici trasformarono il Kenya in colonia, scacciando gli indigeni per coltivare gli altopiani interni. Nel 1942, dopo anni di dominio britannico, iniziarono a formarsi dei movimenti di resistenza e negli anni Cinquanta migliaia di kenyoti vennero arrestati per i loro atti ribelli. Nel 1962 il Kenya ottenne finalmente l’agognata indipendenza, con l’ascesa al potere del moderato Jomo Kenyatta, una delle figure che più ha plasmato il Paese così come lo conosciamo oggi.

Lo sapevi che

La varietà di etnie è una delle ricchezze del Kenya. Iniziamo dalla più grande: i Luhya. I Luhya rappresentano uno dei più importanti gruppi etnici: sono agricoltori, ceramisti, abili intrecciatori e musicisti. Il mlele è lo strumento che usano di più; è realizzato in bambù ed è capace di riprodurre una vasta quantità di suoni in vari toni. Poi ci sono i Luo, dediti alla pastorizia e all’agricoltura; caratteristiche le decorazioni con cui si ornano il corpo, tra tutte i copricapo realizzati con metalli e zanne di ippopotamo. E veniamo ai Kisii. I Kisii lavorano il metallo e la terra, coltivando perlopiù tè, caffè, piretro e piante officinali. I Kalenjin, invece, oltre a essere agricoltori e allevatori, praticano anche la medicina naturale. Nonostante non siano così numerosi, i Masai rappresentano il gruppo etnico più noto: sono forti guerrieri, ma anche ottimi pastori. Pastori sono pure i Turkana, la cui principale fonte di reddito sono i cammelli. Costituiscono il gruppo più numeroso i Kikuyu, coltivatori, ceramisti e musicisti. Poi ci sono i Kamba, impareggiabili nella lavorazione di avorio, metalli, legno e pietre preziose, oltre a essere magnifici danzatori; gli Embu e i Meru, coltivatori di ottimi tè e caffè; i Somali, che conducono una vita di tipo nomade e allevano pecore e cammelli; i Mijikenda, agricoltori e incredibili ballerini e musicisti; e infine gli Swahili e Bajun, di religione musulmana.

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